Modelli per la gestione del rischio di credito

Data inizio
5 luglio 2002
Durata (mesi) 
24
Dipartimenti
Scienze Economiche
Responsabili (o referenti locali)
Berardi Andrea

Nel corso degli ultimi anni, nonostante le iniziative intraprese, le banche hanno continuato ad incontrare seri problemi in relazione alla valutazione e gestione degli standard creditizi di affidati e di controparti nonché nella valutazione e gestione del rischio di portafoglio.
Il rischio di credito, definito come la probabilità che si verifichi una riduzione del valore di una posizione creditizia a seguito di un peggioramento del merito di credito della controparte debitrice, interessa molteplici attività di una banca come, per esempio, (i) i prestiti, soggetti al rischio che gli affidati si rivelino insolventi; (ii) l’investimento in titoli obbligazionari, che espone sia al rischio di insolvenza dell’emittente che al rischio di un peggioramento del rating dell'emittente, con conseguente riduzione del valore del titolo; (iii) l’emissione di obbligazioni, poiché il costo della raccolta dipende in maniera cruciale dal rischio di insolvenza attribuito all’emittente; (iv) i titoli derivati over-the-counter, soggetti al rischio di default della controparte.
Un’efficace gestione del rischio di credito è quindi una componente essenziale per il controllo del rischio globale dell’attività di una banca e un elemento fondamentale nel determinarne il successo nel medio-lungo periodo.
L’accresciuto bisogno di investitori, banche, società finanziarie e assicurative di controllare i rischi di insolvenza e di downgrading connessi ai loro investimenti ha dato recentemente slancio, da un lato, al mercato di nuovi strumenti finanziari quali i credit derivatives e, dall'altro lato, allo sviluppo di nuove tecniche per la gestione ottimale dei crediti già entrati in sofferenza.
I credit derivatives consentono di cedere un rischio di credito evitando il trasferimento del credito sottostante. Si tratta di strumenti finanziari che disgiungono il rischio di credito dal titolo sottostante (obbligazione, prestito, ...) e lo trasformano in un titolo trasferibile. In tal modo essi forniscono all'investitore un'assicurazione contro movimenti avversi nella qualità creditizia del debitore.
In quest’ottica, i credit derivatives ben si prestano al raggiungimento della combinazione ottimale rendimento/rischio nell’attività di impiego, in quanto essi permettono alla banca di migliorare la diversificazione dei rischi senza per questo essere costretta a trasferire i propri crediti e ad interrompere durature relazioni instaurate negli anni con i propri clienti.
Uno dei maggiori problemi nel determinare il pricing dei credit derivatives riguarda la misurazione della variabile “rischio di credito”, con la quale non si indica soltanto la probabilità che un debitore non sia in grado di far fronte ai pagamenti (interessi o capitale) connessi ad un titolo di debito o ad un prestito bancario, ma anche la probabilità di downgrading del debitore.
Tra i differenti approcci che sono stati proposti per la valutazione del rischio di credito, vi sono (i) quelli che utilizzano i rating e l’analisi statistica delle matrici di transizione per ricavare la probabilità di insolvenza o di downgrading di un operatore soggetto a rischio di credito; (ii) quelli basati sul modello di Merton (1974) che fanno uso di tecniche proprie della valutazione delle opzioni finanziarie per determinare il rischio di insolvenza di un’impresa; (iii) quelli che applicano la moderna modellistica della struttura a termine dei tassi di interesse e forniscono una valutazione del rischio di credito basata sugli spread di mercato (modelli in "forma ridotta").
Il perseguimento di un efficace processo di gestione del credito in sofferenza rappresenta certamente uno degli obiettivi primari per una banca. L’attività di recupero dei crediti in stato di sofferenza ha un peso rilevante tanto per l’evoluzione della qualità dell’attivo quanto per le implicazioni di carattere strategico nell’erogazione del credito e nella soluzione delle crisi di impresa.
Nel momento in cui la situazione di insolvenza si manifesta la banca si trova a dover decidere se ricorrere alla via giudiziaria o ad accordi di tipo privatistico. Nel caso delle procedure giudiziarie, i tempi di recupero dei crediti sono generalmente elevati. Nella maggior parte dei casi, l’utilizzo di accordi di tipo stragiudiziale non permette il recupero di un ammontare più elevato rispetto alla soluzione giudiziale; esso consente tuttavia di accelerare in maniera rilevante i tempi di recupero.
Il crescente ricorso ad accordi di tipo privatistico trova quindi una delle sue giustificazioni fondamentali nell’incentivo a evitare i tempi e i costi delle procedure giudiziarie. Il recupero dei crediti con procedura stragiudiziale può venir attuato (i) mediante la ristrutturazione del debito, qualora sia opportuno mantenere in vita imprese con buone prospettive reddituali oppure (ii) mediante la chiusura del rapporto di debito, qualora lo stato di insolvenza sia irreversibile e i tempi lunghi delle procedure giudiziarie implichino un’ulteriore perdita di valore delle attività dell’impresa.
A condizionare l’efficacia degli accordi stragiudiziali concorrono anche diversi fattori esterni al rapporto tra singola banca e singola impresa, quali, ad esempio, il quadro giuridico-istituzionale, la struttura e la regolamentazione del sistema finanziario e la natura degli accordi privatistici. Sono, tutti questi, elementi che rientrano nel processo decisionale di un istituto creditore che sia posto di fronte alla scelta del momento in cui intraprendere una procedura di recupero e delle modalità con le quali attuarla.

Enti finanziatori:

Finanziamento: assegnato e gestito dal Dipartimento

Partecipanti al progetto

Francesco Rossi
Professore emerito
Cristina Sommacampagna
Claudio Tebaldi